[1/4] Il recupero della memoria: Canada


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 Il recupero della memoria:

Canada


IL RECUPRO DELLA MEMORIA

 

 

 

La pesca del tonno in Sicilia tra cultura, sapori e identità.


Decreto 20 febbraio 2008


Direttive per lo svolgimento delle attività culturali di cui all’art.26 bis della legge regionale 4 giugno 1980, n.55 per l’anno 2008.

 

 


 

La pesca del tonno, così come ancora oggi viene praticata in alcune aree del Mediterraneo, ha origini che si perdono nella notte dei tempi. E’ nel Mediterraneo che, in primavera, con modalità sostanziamente simili, si compie l’antico rito della "mattanza", la pesca del tonno secondo metodi tradizionali ricchi di cultura e storia, un insieme di mito e religione, di leggenda e scienza.


Questo tipo di pesca fu descritto per la prima volta da Aristofane, da Oppiano e dal siracusano Teocrito. Aristofane racconta che una vedetta si appostava sul rilievo costiero più alto per segnalare l’arrivo dei tonni, i quali venivano spinti dalle correnti marine all’interno di un intrigo di reti.


Anche le dominazioni successive praticarono in Sicilia la pesca del tonno: i Romani, se la pesca era stata buona, sacrificavano i tonni più grossi in onore del dio dei mari Nettuno; gli Arabi edificarono nuove tonnare lungo le coste e ad essi dobbiamo l’organizzazione e l’infallibile funzionalità delle nostre tonnare e l’etimologia di tutte le parole e i canti scanditi durante la mattanza. I Normanni le resero sempre più floride.


Così accadde per tutto il Cinquecento, e alla fine del secolo delle trentacinque tonnare esistenti sull’Isola soltanto dieci rimasero al demanio mentre le altre passarono ai privati. Nella seconda metà del Seicento il numero degli impianti siciliani raddoppiò, ma nel Settecento diminuì nuovamente. Una ripresa si verificò all’inizio dell’Ottocento quando le tonnare nel loro complesso rendevano un milione di lire all’anno (note storiche F.Pandolfini, Arkeomania).


Lungo le coste trapanesi che vanno da Alcamo a Mazara del Vallo sono ancora operanti solo le tonnare di Favignana e quella di San Giuliano/Bonagia; negli anni ’50 erano ben dodici gli impianti attivi, ma l’inquinamento e il progressivo depauperamento della fauna ittica hanno comportato la chiusura di quasi tutte le strutture, e gli antichi stabilimenti dove venivano conservati gli attrezzi di pesca e lavorato il tonno cadono a pezzi, struggenti esempi di archeologia industriale offesi dal tempo e dimenticati dagli uomini.


La tonnara italiana più antica ancora in attività è proprio in Sicilia: quella di San Giuliano/Bonagia (i primi atti ufficiali risalgono al 1200), dove è possibile assistere alle operazioni di pesca in un contesto non trasfigurato dalle presenze turistiche: qui la mattanza è del tutto identica a quella dei secoli trascorsi, e il tempo sembra essersi fermato sui volti scavati dal sole dei tonnaroti e sulle note delle "cialome.


Sopraffatto dai nuovi metodi di pesca tecnologica e dalle tonnare “volanti”, il sistema tradizionale è quasi totalmente sopraffatto; ricco di storia e cultura, esso non puo’ più reggere il confronto in competitività con le cosiddette esigenze dei mercati e dei tempi moderni. Un immenso patrimonio demoetnoantropologico allora rischia di cadere nell’oblio, tranne che presso gli studiosi di etnoantropologia.


Obiettivo del progetto “Il recupero della memoria: la pesca del tonno in Sicilia tra cultura, sapori e identità si configura come tentativo di salvaguardia della memoria di questo inestimabile elemento identitario che racconta le radici e la storia della nostra comunità e ancora più urgente la difesa e la promozione di un aspetto significativo della millenaria cultura siciliana presso chi, pur di origini siciliane e fortemente attaccato alla Sicilia, vivendo fuori dall’Isola e dal suo contesto culturale e letterario, rischia di non venirne mai più a conoscenza.

 

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